Verità o corpo

pubblicato su "Nova - Rivista d'arte e scienza" Anno XII n. 44.

Lipovetsky nell’ Era del vuoto afferma, riguardo alla questione dell’anima e del corpo, che il post moderno, con le sue cure eccessive del corpo, in senso narcisistico, ha ridimensionato il distacco epocale che da sempre ha contraddistinto queste due entità. Non sono d’accordo con questa affermazione in quanto l’interesse narcisistico per il proprio corpo, l’eccessiva attenzione posta all’ “essere in forma”, il costante rimodellarsi artificialmente con operazioni, medicinali, sostanze, il crescere dei disturbi psicofisici, dell’ipocondria, delle sindromi asmatiche, dei tumori, degli attacchi d’ansia, non sono altro che dimostrazioni di quanto sia aumentato il senso di distanza dell’ “io” dal corpo: visto più come un burattino da telecomandare che come espressione di ciò che si è.

Il narcisista vive il proprio corpo come un oggetto di cui disporre a proprio piacimento, un involucro vuoto da tenere in costante manutenzione. Si perde sempre di più la possibilità di “sentirsi” in maniera autentica e soggettiva e va man mano affermandosi una sorta di omologazione di massa all’opinione degli esperti. Ci si mette facilmente nelle mani di medici, dietologi, psicologi,chirurghi plastici e simili, per sentirsi “giusti”, per accertarsi di non sbagliare nulla. Stessa cosa si fa spesso anche nei confronti dei propri figli: sempre più spesso vi è un senso di inadeguatezza dei genitori rispetto al loro ruolo e sempre maggiori sono le richieste di “regole” fornite da specialisti su “come bisogna essere madri” o padri.

I mass media hanno fatto quello che una volta era di esclusiva competenza delle religioni o delle grandi ideologie: creare idoli, fornendo così una giustificazione teorica al bisogno narcisistico di fama e gloria. Seguendo questo schema ciascuno si sente un po’ un divo e pretende di avere le caratteristiche peculiari dei divi del mondo dello spettacolo, odiando la “massa” e la banalità dell’esistenza.

Nel testo di Nietzsche Su verità e menzogne in senso extramorale vi sono alcune delucidazioni che potremmo anche definire premonizioni su quello che sarà poi il senso della ricerca della verità in epoca post moderna.

Partendo dalla frase “ non esistono fatti ma solo interpretazione di fatti” si riduce l’ essere all’ essere percepito o meglio interpretato , si tratta forse di un immaterialismo, di un assolutismo linguistico? Probabilmente Nietzsche ci sta dicendo che ciò che consente di individuare i fatti è già una rappresentazione dei fatti stessi; la loro appartenenza al linguaggio rimanda al soggetto ma anche alla comunità.

Il riferimento al mondo dell’ astronomia quando parla di un mondo perso tra infiniti sistemi solari, fornisce uno scacco alla tradizione antropocentrica la cui conseguenza immediata è quella di conferire una superiorità strutturale alla ragione umana nei confronti del resto dell’ esistente.

Afferma che l’istante più menzognero della storia dell’intera umanità è stato proprio quello della scoperta della conoscenza razionale. La prospettiva che assume è quella della transitorietà dell’ intero genere umano rispetto a tutto il resto, perciò considera patetico che tutto ruoti intorno all’ uomo dopo un lungo periodo di tempo in cui non vi è stato alcun essere umano. Dunque Nietzsche considera l’esistenza dell’uomo nella storia dell’ universo un episodio, non più di un attimo.

Poi di tutti gli uomini che si illudono che la storia sia concentrata sull’ uomo, il più orgoglioso è il filosofo che egli vede come il facchino del mondo classico in quanto si destreggia in discorsi razionali per mostrare la sua bravura ed in questo si mostra essere un vero narcisista.

E’ una prospettiva quella nietzscheana anti antropocentrica, anti filosofica e anti accademica.

Come la finzione, l’inganno della luce, dell’intelletto è ciò che domina la mente umana, allo stesso modo la finzione è ciò che regola i rapporti tra l’uomo e gli altri esseri viventi e tra gli uomini stessi tra loro; l’intelletto è ciò che regola la capacità di illudere, rappresentare, ingannare.

Per vivere nel mondo, accanto agli altri, sono necessarie le illusioni: l’intelletto è ciò che permette all’uomo di perpetuare le illusioni, di crearsi una maschera, indispensabile distanza tra io e mondo (inteso come tutto ciò che è fuori di sé).

Ma se l’intelletto, la ragione umana, è ciò che ci fa da scudo, ciò che ci protegge dal mondo e dalla verità, come si può allora pensare che questo stesso strumento possa perseguire la verità? Quale verità? Ci interroghiamo sulle verità metafisiche ma trascuriamo noi stessi.

Che cosa sa l’uomo di se stesso?

L’uomo attraverso la coscienza si nasconde anche a sé stesso, alla propria corporeità, impara così a disprezzare gli impulsi.

Nietzsche presenta la coscienza come luogo dell’intelletto e del pensiero ma anche come cella, prigione nella quale la visceralità e la materialità sono bloccate.

L’uomo dunque non solo vive il dramma della lotta con gli altri, problema posto da tutta la tradizione giusnaturalista, ma per di più vive in conflitto col proprio corpo. Quando si pone il problema della verità? Forse quando <> che sono questo corpo devo entrare in contatto con <> che sei un altro corpo non riducibile al mio. Allora tra questi tanti <> corporei che vivono realtà istintuali diverse è necessario trovare una mediazione o meglio un comune denominatore a cui diamo il nome di verità, ma che poi in fondo non è altro che un allontanamento dalla propria personale verità; forse è in questo senso che la verità è stata sempre, per il filosofo tedesco, un lungo errore: in quanto legata a qualcosa che ci vien detto dall’alto e che non è insito in noi.

La verità è linguaggio ma non possiamo avere la certezza sul fatto che questo linguaggio effettivamente esprima la realtà, o meglio, le immagini della realtà che mi si compongono dinanzi: prima di tutto perché queste immagini sono diverse a seconda di chi le osserva, in secondo luogo perché non è detto che il linguaggio significhi la realtà poiché ne fornisce sempre generalizzazioni, approssimazioni. Eppure l’immagine fuori di me, se non viene racchiusa e rappresentata dal linguaggio non può essere pensata. Il pensiero stesso si articola a partire dal linguaggio, ma il linguaggio non è che uno strumento puramente convenzionale. Dunque cos’è la verità? Cos’è la menzogna? Sembra che tutte le verità di cui l’uomo s’illude di disporre non siano altro che metafore, astrazioni: concetti che non trovano riscontro nella realtà materiale. E non solo, gli stessi oggetti che conosciamo e non solo i concetti, sono conosciuti per astrazione. Questo vuol dire, da una parte, che non si dà mai una conoscenza vera dell’oggetto percepito, dall’altra, che non si può partire dall’universale per giungere al particolare, ma che il lavoro conoscitivo umano deve riabilitare l’ambito della percezione soggettiva.

Nietzsche fa riferimento alla metafora dell’ape che costruisce il suo alveare sulla base dell’istinto, mentre l’uomo, l’architetto, costruisce sulla base di calcoli di possibilità e fallibilità. Eppure nonostante questi calcoli, egli non scopre nulla di nuovo ma va solo a svelare, riscoprire ciò che già per natura gli era proprio. : la verità, si presenta dunque come dis-velamento, riscoperta, ritrovamento.

L’osservazione disinteressata è dunque all’opposto della verità scientifica, che il filosofo tedesco equipara alle verità religiose; è piuttosto nel conflitto mai risolto tra soggettività e linguaggio che si articola la conoscenza del mondo.

Ciò mira ad evitare che si possa mai cancellare l’alterità del mondo, pericolo insito in ogni ideologia, ovvero in ogni discorso basato sul concetto di Bene assoluto.

L’uomo creativo e dionisiaco, a differenza dell’uomo razionale, vive nelle sperimentazioni del linguaggio, nella possibilità di dare nomi diversi alle cose a seconda di come sono percepite e di intuire in modo diverso, altro, la realtà.

Lo scienziato, paragonato all’ape operaia, lascia il posto al libero pensatore che riscopre l’essenza dell’uomo nel creare metafore del mondo. Di qui la riscoperta del mito e della favola.

L’uomo è tanto più uomo quanto più è in grado di dire in nuovi modi e con nuovi nomi cose vecchie, l’uomo intuitivo è capace di giocare con ciò che è serio.

Ilaria Palomba

mi incammino nell’esistenza