Potere e dovere

pubblicato su "Nova - Rivista d'arte e scienza" Anno XIII n. 49.

In epoca post-moderna si assiste al decadimento della nozione forte di dovere , come ciò per cui si è disposti a fare rinunce considerevoli e significative nella propria esistenza.

Secondo Lipovetsky ciò che viene a mancare è la nozione eroica del dovere.

Occorre riflettere sul fondamento teoretico della nozione stessa di dovere che può essere riscontrato nella nozione di bene comune. Tale nozione presuppone il sacrificio del proprio vantaggio personale in tre direzioni: in direzione dell’esistenza dell’altro da sé, in direzione di un bene futuro dell’esistenza comune dell’umanità ed infine in direzione del proprio bene futuro.

“ Il bene del singolo individuo viene visto nella modernità , almeno formalmente , come relativo ed inferiore rispetto ad un bene, assoluto e superiore, costituito dal bene della comunità o dell’insieme o sistema di comunità, piccole e grandi, in cui il singolo è inserito” 1

Il concetto di bene comune, baluardo di tutte le filosofie di ogni tempo, si è attestato nella storia in riferimento al bene della propria comunità di appartenenza, di volta in volta individuata nella poleis, nell’Impero, nella Nazione, nella famiglia, nella Chiesa e in atre forme di aggregazione religiosa, nel gruppo politico, filosofico o artistico facente capo ad una qualche specifica dottrina; o più semplicemente nel bene dell’ umanità.

Così intesa la ricerca del bene comune ha dato origine ad una serie di apparati repressivi propri delle differenti comunità. In questo senso il sacrificio del sé in favore della comunità può essere interpretato come un inganno di cui si è sempre servito il potere per tenere a bada fenomeni di alterità (di volta in volta la follia, la povertà, il dissenso, lo scandalo) che minacciavano di minarne le stesse fondamenta .

In questo contesto lo sviluppo dell’ edonismo, dell’individualismo e della cura di sé, a partire dall’ epoca romantica radicalizzatosi poi nella filosofia di Nietzche ( in particolare Al di là del bene e del male e Così parlò Zarathustra ) può essere interpretato in chiave di liberazione da quel dogmatismo imperante e repressivo che non faceva i conti con la soggettività dell’individuo nella sua complessità esistente.

In età moderna tra gli autori che si sono occupati del concetto di dovere e del suo legame con la sofferenza individuale vi sono stati: Kant, Kierkegaard ed Husserl.

Si può riscontrare in questi autori, oltre che il legame necessario e imprescindibile tra assolvimento dei doveri morali e sofferenza, in quanto sacrificio di sé a vantaggio dell’ imperativo morale, anche e soprattutto il legame tra mancato assolvimento del proprio dovere morale e sofferenza.

L’inadempienza al dovere morale conduce dunque al biasimo di sé (in Husserl), alla vergogna (in Kant), alla malinconia (in Kierkegaard).

Le avanguardie artistiche e le filosofie edonistiche a cavallo tra l’epoca moderna e quella contemporanea, hanno avuto il merito di liberare l’Umanità dalla sofferenza insita nel mancato adempimento del dovere morale imposto “dall’alto”.

E’ opportuno però interrogarsi sul punto di arrivo di tale percorso che avrebbe liberato l’uomo dall’oppressione del dogmatismo, ma averlo incatenato ad una nuova e forse più angosciante condizione: quella dell’ apatia ontologica e sociale, nel vuoto di senso, dell’assenza di stimoli e nello stesso tempo , del bisogno disperato e “ consumistico” di tali stimoli ( in particolare nella forma del piacere, dell’ emozione e dell’affermazione di sé).

Oltre alla crisi del concetto di dovere in senso forte, l’epoca post-moderna va incontro alla crisi dell’ esperienza.

Ma prima di parlare di questo vorrei soffermarmi sul valore simbolico che il concetto di trasgressione ha assunto nel corso della storia per tutte quelle che sono state riconosciute come le avanguardie artistiche e che in quanto tali hanno contribuito al cambiamento epocale al quale si è assistito.

Partendo dal concetto di dovere, regola, legge, ciò che è stato generalmente inteso come trasgressione si è in linea di massima identificato nella sua negazione. Si trasgredisce ad una regola, ad una realtà già data, ad un qualcosa di definito dagli altri e di fronte al quale ci si sente in trappola.

La trasgressione ha una sua valenza intrinseca solo in relazione all’ esistenza di una regola di senso comune che viene appunto rifiutata e contestata. Ma, possiamo domandarci, di fronte al vuoto di senso, l’annullamento dei percorsi etici, dei doveri morali, a cosa ci si può ribellare? A cosa si dovrebbe trasgredire?

In assenza di una strada definita, da quale corso si potrebbe deviare?

Il deserto riconduce all’impossibilità di individuare una qualsiasi direzione in cui muoversi, di fatto all’immobilità.

A questo proposito vorrei ricondurre l’analisi del senso di crisi dell’esperienza. “A proposito della fine o della crisi contemporanea dell’esperienza si può dire che essa è determinata dalla mediazione estremamente pervasiva rappresentata di mezzi attuali di comunicazione di massa, che frapponendosi tra l’uomo e la realtà portano la realtà all’uomo direttamente a domicilio, offrendogliela, come appare in particolare con il mezzo televisivo << in effigie >>”2

Elemento indispensabile all’esperienza per venire a compimento è dunque il conflitto, la tensione, il rischio. Nella società di massa il conflitto non è più ammesso e si assiste ad una sorta di de-realizzazione dell’ esperienza.

La televisione ha reso quella che Baudelaire descriveva come l’esperienza di chi sta dietro un vetro, una forma di esperienza straordinariamente condivisa.

Ci troviamo di fronte alla diffusione su scala mondiale del prodotto di quelle che Nietzsche chiamava morali del comfort .

In base a tale stato di cose appare superato anche il concetto di utopia, vista essa come quel tipo di morale che lungi dall’accettare le condizioni di fatto esistenti nelle rispettive comunità, mirava al progetto di cambiamento delle condizioni vigenti di esistenza dei singoli in relazione ad una società futura, ispirata e guidata da un ideale, un sogno, una dottrina.

Il bisogno utopico designava una perfezione definitiva in una società ideale.

Ci sono in linea di massima due fondamentali modi di intendere l’utopia: da un lato nel senso di “soluzione finale” che implica dunque l’imposizione di un punto di vista sull’altro, dall’altro lato come una gamma di possibilità vissute in senso libero dinamico e plurale. In questo secondo caso l’assolvimento del dovere diventa il mezzo attraverso il quale si pensa che prendano corpo le grandi speranze.

Così il sacrificio di sé viene fatto a vantaggio dei contemporanei ( in quanto altri e in quanto comunità alla quale si appartiene) o anche a vantaggio di una comunità futura da costruire.

C’è un’altra forma di sacrificio che ha visto impegnato l’uomo della modernità ed in particolare di quella modernità legata all’idea di progresso, di sviluppo, di accumulazione del capitale: “il sacrificio del proprio io attuale a vantaggio del proprio in futuro”3 .Tale sacrificio è stato interpretato da Bauman come tratto caratteristico della modernità in quanto “ procrastinazione dell’appagamenti dei bisogni” 4.

Il lavoro consisteva nel fondamento di legittimazione e consumo e della proprietà. Ma questo stesso fine attuale veniva in epoca moderna rinviato ad un godimento futuro.

“ Risparmia perché quanto più risparmi tanto più potrai spendere, lavora perché quanto più lavori tanto più potrai consumare.” 5 Proprio la negazione dell’immediatezza costituì l’ elevazione e la nobilitazione del fine prestabilito, degli obiettivi da raggiungere .

Questo rinvio a termine indeterminato del godimento di ciò che ci spetta, ha reso possibile la nascita di un’ etica del lavoro, portando all’inversione del ruolo tra mezzi e fini di modo che il lavoro divenisse fine a sé stesso ed il ritardo fosse esteso all’infinito. D’altro canto ha reso possibile la nascita e lo sviluppo di un’ etica del consumo.

In questo modo l’ uomo della modernità si trova di fronte ad un valore di significato ambivalente. Con il passaggio alla società post-moderna o società dei consumi, con quello che Bauman chiama liquidità del consumo, “ il principio del rinvio ha perso lo scudo protettivo dell’ imposizione etica”6 .

Radicalizzazione dell’ individualismo moderno, emergere dell’individualismo narcisistico (Lipovetsky), crollo delle grandi speranze e delle grandi utopie sociali, organizzazione in senso consumistico dell’economia: sono queste le basi su cui si è venuto a formare il concetto di post-moderno e sono queste le basi del crollo dell’idea del sacrificio di sé.

In una società come questa viene meno la possibilità di quella tendenza anarchica a ribellarsi contro le regole sentite come un’oppressione tenuta in auge dai difensori delle visioni totalitarie tendenti al bene comune.

Il fallimento delle speranze e delle utopie moderne ha portato gli uomini ad un senso di delusione che nell’ individuo post-moderno si traduce in un senso di disillusione. Christopher Lasch a questo proposito cita i grandi orrori del Novecento, dai disastri nucleari ai campi di sterminio, alla previsione di un disastro ecologico.

Eppure c’ è stato un tempo non molto distante in cui l’uomo ha nutrito le ultime speranze insieme ad un cambiamento epocale dei rapporti sociali ed economici, speranze alimentate dal residuo di una fiducia nella Storia: il Sessantotto.

Probabilmente, se pur collocati storicamente in epoca post-moderna, i movimenti di presa di coscienza delle problematiche sociali del Sessantotto contengono ancora elementi di modernità, quali appunto la fiducia nella Storia, la fiducia in un cambiamento, la fiducia negli ideali utopici.

In questo senso si può pensare al Sessantotto come ad un fenomeno moderno in opposizione ad un processo sempre più orientato in senso post-moderno.

Oggi vige “ la sensazione che le cose per la complessità delle relazioni nelle quali l’un l’altra si trovano, e non solo per la volontà interessata e malvagia di qualcuno, sfuggano e non possano non sfuggire al controllo degli uomini”7. Lasch afferma che la società post-moderna è una società senza futuro e che dunque non si possa far altro che vivere per il presente. In questo presente l’uomo non si occupa che di se stesso. Persino le terapie psicanalitiche incoraggiano la realizzazione di sé a scapito dell’ idea stessa dell’ esistenza dell’altro.

Esiste però anche una corrente di pensiero che vede nel vivere per il presente la realizzazione non già dell’ individualismo estremo e sfrenato ma la rinascita dionisiaca di forme di organizzazioni tribali, che proprio nel mondo post-moderno riprendono corpo; in maniere e modalità certamente diverse rispetto al passato ma altrettanto valide.

A proposito della crisi della “procrastinazione” del piacere, si può assumere la distinzione che Bauman ha effettuato tra modernità solida e modernità liquida (corrispondente in pratica alla post modernità). Quest’ultima è caratterizzata fondamentalmente dalla costante interazione tra flessibilità e precarietà, dove talvolta i due concetti vengono persino a coincidere.

In linea di massima la flessibilità in ambito lavorativo rappresenta una scelta consapevole, una modalità di gestione del proprio lavoro, mentre la precarietà è generalmente qualcosa che si subisce (come ad esempio il mobbing sul lavoro, i contratti a tempo determinato etc.).

Ma che ruolo gioca la “consapevolezza” in entrambi i casi? Fino a che punto si può parlare di libera scelta e non di comportamenti indotti?

Non è solo il mondo del lavoro ad essere attraversato dal terremoto della precarietà ma l’intera rete delle relazioni internazionali, in ambito sentimentale, famigliare o di amicizia.

Si immagina di poter stare accanto a qualcuno solo se si può avere la certezza di non restarne coinvolti. Dobbiamo essere indipendenti, non dobbiamo fidarci di nessuno, non dobbiamo affidarci a nessuno, non possiamo promettere niente.

In un mondo in cui il futuro da promessa diviene minaccia, anche il futuro delle relazioni diviene instabile, “liquido”.

Il risultato è sempre ambivalente: se da un lato questo approccio alla realtà, al lavoro, all’altro da sé, sembra possa favorire la libera iniziativa, ed ampliare il raggio della propria libertà di movimento e di cambiamento, dall’altro produce la sensazione, che tende sempre più a trasformarsi in certezza, della propria sostituibilità; di vivere in un mondo dove “uno vale l’altro”, un mondo dell’indistinzione. È qui che il ciclo si chiude e si torna a ripiegarsi su se stessi, in senso narcisistico più che individualistico. Si torna allo specchio quale unico oggetto d’amore, non tanto all’imposizione megalomane del proprio ego, quanto ad un atteggiamento più sottile, un nascondersi per esibirsi, un narcisismo “autistico” più che individualistico: l’illusione di “bastare a se stessi” e di poter fare a meno dell’altro ed insieme il bisogno del suo “sguardo” rassicurante.

Nel mondo dell’indistinzione il giudizio dell’altro è diventato così insostenibile e doloroso, la competizione talmente spietata e scotomizzante che si preferisce fuggire e rifugiarsi in se stessi piuttosto che scoprire di essere una variabile sostituibile di un sistema freddo e disincantato al quale non si sente di appartenere.

È vero che non si bada più agli altri, ma ciò non è che il riflesso, il feedback, dell’eccessivo valore che si è prestato al loro giudizio. Si erigono barriere e cancellate di fronte ad un luogo divenuto ormai precario e pericoloso: l’altro scompare perché in sua presenza è l’io a scomparire.

Non si compete perché si vede nella competizione il rischio dell’annichilimento della propria esistenza, non si ama perché non si crede più nella reciprocità, allora non resta che l’identità, se pur deformata, di un sé costruito ad immagine e somiglianza dei propri sogni.

“Tu ci sei, ma non puoi ferirmi perché scelgo di non vederti!”: questa non è la causa ma il prodotto. Prodotto di secoli e secoli di società basate sulla meritocrazia e la competizione. Ogni cosa portata all’estremo sfocia nel suo opposto.

“Si desidera instaurare relazioni con altri ma la relazione deve essere instaurata…in modo tale che a colui il quale stabilisca rimanga sempre la libertà di farla cadere senza problemi, al fine di avere la possibilità di instaurarne altre. L’uomo del nostro tempo, l’abitante del mondo liquido-moderno è <>: l’uomo senza legami, e in particolare senza legami fissi”8.

“L’immagine del dovere - va in questo senso la sua attuale ridefinizione - perde generalmente qualcosa delle sue tradizionali implicazioni sacrificali, di immolazione dell’esistenza dell’uno a favore dell’esistenza di altri, nella convinzione, ormai divenuta senso comune, che anche il proprio io ha diritto a essere difeso e gratificato, che la propria attenzione verso gli altri, non può implicare disattenzione verso se stessi – senza che questo però significhi necessariamente l’interpretazione del dovere come dovere alleggerito della nozione di sacrificio o la sua riduzione a semplice carità mediatica”.9.

Non ci si può prendere cura di alcuno se non ci si prende cura prima di tutto di se stessi e d’altro canto se si ha un cattivo rapporto con il proprio sé ne sarà compromesso automaticamente il rapporto con tutti gli altri sé con cui bisogna in un modo o nell’altro rapportarsi e confrontarsi.

Nella situazione attuale, l’impegno a favore degli altri quando c’è, fa in vari modi e varie misure, i conti con le esigenze della soggettività di colui che si impegna”10. Ciò implica la ridefinizione dell’uomo “sui propri compiti in rapporto a se stesso ed a ciò che lo circonda”11.

Ilaria Palomba

e sfiorandoti lascio in te un'immagine traversa…