Narcisismo e devianza

pubblicato su "Nova - Rivista d'arte e scienza" Anno XII n. 47.

“L’indagato ha quoziente intellettivo notevolmente superiore alla media (134/140), con picchi elevatissimi nell’ambito dell’intelligenza spaziale; tendenze maniaco depressive; disturbo di personalità antisociale con tratti di disturbo narcisistico. Propensione all’uso sistematico della menzogna e dell’inganno; forte tendenza alla manipolazione relazionale. Per il DSM III gli individui con disturbo antisociale di personalità non riescono a conformarsi alle norme sociali secondo un comportamento legale. Possono compiere ripetutamente atti passibili di arresto e sistematicamente non rispettano i desideri, i diritti o i sentimenti degli altri. Sono frequentemente manipolativi per trarre profitto o piacere personale. Possono ripetutamente mentire, usare false identità, simulare, truffare, barare al gioco. Il disturbo antisociale, anche denominato sociopatia o psicopatia, non implica di regola l’abolizione o anche solo la riduzione delle capacità di intendere e di volere. In particolare nel caso in specie l’indagato è soggetto affetto da disturbo di personalità ma sicuramente capace di intendere e di volere.>>”.

Così concludono gli esperti, uno psicologo ed un criminologo, la relazione sull’indagato Francesco, indagato per stupri seriali, nel libro di Gianrico Carofiglio Il passato è una terra straniera, che narra la storia di Giorgio, studente e ragazzo modello, laureando in Giurisprudenza e Francesco, affascinante personaggio che sembra quasi spuntato da un’altra dimensione, e conduce Giorgio con maestria di parole e fascinazione di idee ad una vita sregolata, legata al gioco sporco, al baro, al sesso occasionale, all’utilizzo e spaccio di droga e soprattutto all’idea di essere dio e di sfidare il destino.

Ciò che sembra differenziare il narcisismo patologico di Francesco da quello romantico di Dorian Gray, è che mentre in quest’ultimo, al culmine della propria vicenda, compaiono gli scorci di ciò che può essere chiamato rimorso di coscienza, che segnala comunque una soglia, se pur labile, di consapevolezza del sé e di desiderio di cambiare la sorte alla quale egli stesso si è votato o essere punito per le proprie azioni, nel protagonista de Il passato è una terra straniera, non vi è alcuno squarcio di consapevolezza, senso di colpa, coscienza; ma il nulla di senso, il vuoto, la convinzione di essere nel giusto, che indica l’impossibilità di vedere il punto di vista dell’altro, nella fattispecie delle sue vittime o del suo amico (il narratore, Giorgio) che in un certo senso si ritrova ad essere anch’egli vittima delle manipolazioni di Francesco.

“Affidarci come dei pezzi di legno alla corrente di un fiume. Tu vuoi questo? No, naturalmente. La seconda possibilità è quella di nuotare, in quel fiume. Nuotare controcorrente, con forza e determinazione, per la realizzazione di un progetto di consapevolezza e di vera esistenza. Capisci cosa voglio dire vero?>>” “…e dunque abbiamo un imperativo categorico, cui dobbiamo rigorosamente attenerci. Realizzare la nostra vera natura. Definitivamente trasformare in atto ciò che noi- esattamente, assolutamente tu ed io- siamo in potenza.” 1

“Non so bene quando Francesco cominciò a parlare di violentare una ragazza. Sicuramente lo fece in modo naturale. Nel suo modo naturale….” “Mi disse di come poteva essere esaltante il prendere una donna con la forza. Una specie di recupero di radici primordiali. Il ratto delle Sabine. Quello che loro veramente volevano, nel profondo del loro essere. Lo comprendevano solo nel momento supremo del dolore e dell’annullamento fra le mani del maschio predatore. Dei maschi predatori. Perché la forma più profonda di una amicizia fra uomini era il prendere insieme una donna, con la forza. Possederla insieme, come in un sacrificio rituale.” 2

“…Francesco mi telefonò. Che fine avevo fatto? Perché non mi ero fatto sentire, in tutto quel tempo? Cazzo, erano almeno due settimane che non ci vedevamo. Era molto di pù, ma non glielo dissi. Come non dissi che lo avevo cercato un sacco di volte, senza mai trovarlo e senza che lui mi richiamasse.”

“Manipolare le carte, manipolare gli oggetti, sono cose che vanno molto al di la del semplice gesto di destrezza. La vera abilità del prestigiatore consiste nella capacità di influenzare le menti. E fare un gioco di prestigio riuscito significa creare una realtà. Una realtà alternativa dove sei tu a stabilire le regole.>>” “<< Se qualcuno dice che la vita non è una continua sequenza di manipolazioni, o è un bugiardo o è un cretino. La vera differenza non è tra manipolare e non manipolare. La differenza è tra manipolare consapevolmente e manipolare inconsapevolmente…>>” “I giochi di prestigio – o il barare alle carte – sono una metafora della realtà quotidiana, dei rapporti fra le persone. C’è qualcuno che dice delle cose e contemporaneamente agisce. Quello che succede davvero è nascosto fra le pieghe delle parole e soprattutto dei gesti. Ed è diverso da quello che appare. Solo che l’attore ne è consapevole e controlla il processo. La sostanza delle cose, la loro verità è quasi sempre diversa da quello che viene comunemente percepito. Le cose accadono realmente in posti e momenti diversi da quelli che crediamo, guardiamo o percepiamo. Le intenzioni vere sono diverse da quelle dichiarate. Per esempio: prova a indagare sulle vere spinte che inducono le persone a fare le cosiddette buone azioni. Quello che scoprirai non ti piacerà. La verità è difficile da sopportare ed è per pochi.”

Tutto ciò che afferma Francesco per convincere, manipolare, utilizzare il suo prossimo come estensione di sé, per la realizzazione dei suoi scopi è in parte un mezzo, in parte il fine stesso del suo discorso: egli vuole persuadersi di essere onnipotente e di poter modificare le sorti umane a suo piacimento. Il che, contrariamente a quanto si possa pensare, è abbastanza comune in un’epoca in cui il sentimento predominante rispetto allo spazio, al tempo ed all’altro è quello dell’indifferenza.

Ben diversa portata ha invece l’esortazione nietzscheana alla ricerca della verità a qualunque costo anche a scapito del nostro personale tornaconto.

Nel secondo capitolo di Al di là del bene e del male, intitolato Lo spirito Libero, Nietzsche fa un excursus di tutto ciò che l’uomo ha considerato come suoi punti di riferimento, ovvero tutte quelle cose che ha scambiato per verità.

“…Come abbiamo potuto sapere sin dall’inizio tenerci la nostra ignoranza, per godere una quasi incomprensibile libertà, spregiudicatezza, sventatezza, coraggio, allegria della vita. E sin qui la scienza ha potuto elevarsi solamente su queste basi ormai salde e granitiche d’ignoranza: la volontà di sapere sul fondamento di una volontà molto più potente, la volontà di non sapere, di incertezza, di non verità! Non come suo contrario, bensì come suo affinamento! Anche il linguaggio, infatti qui come altrove, non riesce a superare la propria goffaggine e continua a parlare di antitesi laddove esistono soltanto gradi e alcune sottigliezze di livelli…”.

Qui il discorso si sposta dall’inganno all’autoinganno, come base sulla quale l’uomo ha costruito la sua volontà di sapere, le sue verità, i suoi saldi punti di riferimento.

Che dire allora di coloro che sono morti per le proprie idee? Per amore della verità?

“Guardatevi voi filosofi e amici della conoscenza e proteggetevi dal martirio! Dal soffrire per amore della verità!”.

La verità non esiste? Che ne è di tutti i ragazzi, spesso adolescenti, che hanno travisato gli avvertimenti di Nietzsche? Qual è la loro idea di mondo? Qual è la loro idea di verità? Cos’è la giovinezza? È davvero solo una fase? Lipovetsky negli scritti raccolti in L’era del vuoto parla di una sorta di giovinezza condizionata: quella che dobbiamo assolutamente indossare per avere diritto di essere. Ma Nietzsche fa un’ulteriore, preziosa rivelazione sulla giovinezza e sulla ricerca della verità connessa alla giovinezza, che egli non poteva non identificare con una delle fasi dell’esistenza e non come il suo imperativo assoluto (cosa possibile solo nell’era post-moderna, del capitalismo sfrenato e della guerra tra narcisi).

“Quando si è giovani, si venera e si disprezza senza l’arte della nuance, che costituisce il miglior profitto della vita, e giustamente si deve pagare caro di aver similmente aggredito persone e cose con un sì e con un no. Tutto è disposto in modo che il peggiore di tutti i gusti, il gusto dell’assoluto, venga crudelmente nutrito e se ne abusi sinché l’essere umano impari a mettere un po’ d’arte nei suoi sentimenti e preferisca tentare con l’artificioso, come fanno i veri artisti della vita. L’iracondia e lo spirito di venerazione, che caratterizzano la gioventù, paiono non darsi pace se prima non hanno talmente falsificato esseri umani e cose da potersi scatenare in essi: di per se la gioventù è già qualcosa di falsificante e ingannevole. Quando poi la giovane anima, martirizzata da una sequela di delusioni, finisce per rivoltarsi sospettosamente contro se stessa, ancora ardente e selvaggia anche nei suoi sospetti e rimorsi: come si vendica per il suo lungo auto attaccamento, come se fosse stata una cecità volontaria! In questa fase di passaggio ci si punisce con la sfiducia verso i propri sentimenti; si tortura con il dubbio il proprio entusiasmo, si recepisce addirittura la coscienza pulita come pericolo, come forse auto-obnubilamento…”.

Ilaria Palomba

parole alle stelle