LO SPECCHIO

pubblicato su "Nova - Rivista d'arte e scienza" Anno XI n. 40.

Lo specchio

"L'unico modo per sbarazzarsi di una tentazione è cedere ad essa" dice Lord Henry Wotton nel "Ritratto di Dorian Gray". La vera tentazione qui è la bellezza. Una bellezza in senso moderno in quanto auto fondata ed auto fondante, che diviene fine di sè medesima e non più mezzo o strumento necessario per raggiungere un ideale superiore quale il bene o la felicità, come invece poteva essere intesa dall'antichità sino al secolo dei lumi e all'umanesimo.

Con la modernità avviene un salto, uno iato tra il bello in sè e ciò che sarà invece il piacere. Dorian ha impostato la sua vita sulla ricerca del piacere e la fuga dal tempo. Ma a questo punto si pu"ò davvero parlare di felicitàà? Probabilmente è proprio nell'opposizione piacere/felicità che va cercato il significato del malessere psicologico del protagonista del più grande romanzo di Oscar Wilde. Sotto l'influsso dell'ammaliante Lord Henry, i cui aforismi di stampo nichilistico diverranno una vera e propria filosofia di vita per Dorian, e soprattutto dominato dalla sua immagine impressa splendidamente sulla tela dal suo amico pittore Basil Hallward, il protagonista avvertirà nel suo intimo lo smarrimento del senso di sè e della propria coscienza, in un concatenarsi di eventi, stravaganze e delitti.

Qual è la causa del suo smarrirsi? Chi è il colpevole di questo sortilegio? Dorian continuerà ad incolpare Basil, che aveva dipinto il ritratto "mostruoso" simbolo del patto col diavolo o forse col tempo che offrirà al protagonista l'opportunità di restare sempre giovane e veder portare i segni del tempo che trascorre e dell'esperienze che segnano la vita, al suo volto dipinto sulla tela, invece che al proprio. Sembrerebbe proprio che sia stato Lord Henry ad insinuargli certe idee sulla fugacità della vita e sulla superiorità del piacere rispetto alla morale, anche se poi la vita condotta da Dorian supererà di gran lunga le scioccanti considerazioni di Lord Henry.

Emerge un senso di distacco di sè dall'altro, come nel caso del suicidio dell'attrice Sibil Vane, da lui tanto idealizzata inizialmente e poi abbandonata a causa di una delusione di carattere artistico, dunque estetico: della sua morte al protagonista, dopo un'iniziale rimorso di coscienza, sembra non importare nulla, come anche di tutte le vite che egli, con il suo fascino bello e maledetto, ha portato alla corruzione ed alla distruzione.

Dunque cos'è il narcisismo, se non un'ipostatizzazione egogica della propria immagine che conduce ad un progressivo distacco emotivo dall'altro? Eppure vi è ancora, in Dorian Gray, la coscienza: una coscienza che si lacera dentro e che mette radici nel fondo dell'io, conducendo il nostro eroe al suicidio. Nella modernità la coscienza di sè e dell'altro esiste ancora e vi è una chiara distinzione tra bene e male: nessuno pu"ò davvero sfuggire al peso delle sue azioni. La stessa bellezza, la stessa vanità, in questo caso, conduce alla distruzione.

Esisteva un senso forte del dovere morale tale da far patire a ciascuno in parte le pene inflitte agli altri. Addirittura, come vedremo, filosofi della modernità come Kant, Kierkegaard e Husserl, sostengono che il dolore necessario insito nell' adempiere un dovere morale sia addirittura di misura inferiore rispetto al dolore provocato da un suo mancato adempimento.

Nel mondo post moderno invece è la coscienza stessa ad essere scomparsa. Il narcisismo di oggi non è semplice vanità, segna piuttosto la scomparsa definitiva dell'altro da sè. È in un certo senso estraneazione. Dorian non si accontenta della sola bellezza, avverte la necessità di sentirsi integro, e quando si rende conto di non poterlo più essere, ecco che prende l'angosciante decisione di distruggere il ritratto, ovvero distruggere la propria coscienza che, invece che dentro, è posta fuori di sè ed allora uccide se stesso, muore. Oggi invece l'uomo pu"ò tranquillamente uccidere la propria coscienza senza provare assolutamente nulla, senza morire, senza che ci"ò tolga qualcosa alla propria immagine.

È un mondo che si nutre del nulla o forse è il nulla a nutrirsi di questo mondo, togliendo alle persone la dignità di esseri consapevoli. Il post moderno segna la fine del senso dell'individuo nella collettività, perchè è la stessa società a scomparire. "Mors tua vita mea", dice l'uomo post moderno sotto l'egida dell'immagine che non è più quella di sè ma è la ripetizione inconsapevole di un modello di perfezione inumana che gli viene ora imposto o forse inculcato, con una sorta di ipnosi collettiva, dai media, dai modelli di mercato, da qualcosa che egli non pu"ò più riconoscere come altro.

Il suo narcisismo dunque è l'esplicazione della disperazione per la sparizione dell'altro e dei punti di riferimento; è la fagocitazione dell'altro nel sè senza possibilità di differenziare (e quindi riconoscere la libertà, i limiti, la presenza di chi non è sè).

Senza l'altro la coscienza non pu"ò più esistere, poichè essa si crea nel confronto e talvolta persino scontro con lo sguardo dell'altro che ci segna e ci modella all'interno di un contesto sociale. Ma se non esiste più un sociale a cui riferirsi, se non c'è più il mio prossimo, cosa mi resta se non il nulla? La ritorsione dell'ego su di sè con un carattere prevalentemente edonistico forse è la "pezza" che l'uomo post moderno mette sull'ombra del nulla che lo perseguita.

Ilaria Palomba

e sfiorandoti lascio in te un'immagine traversa…