Linguaggio e alterità

pubblicato su "Nova - Rivista d'arte e scienza" Anno XII n. 45.

Ora, quando Nietzsche nella Gaia scienza e ancor prima in Così parlò Zarathustra parlava della morte di Dio e dei grandi sistemi di valori del passato e vedeva la necessità per l’uomo di farsi egli stesso un dio per erigersi al di sopra di tutto ciò che stava distruggendo, alludeva probabilmente alla facoltà dell’uomo di superare se stesso, di mettersi in gioco, di accettare la Necessità come la sua massima Libertà. Invece ciò che oggi si riscontra nell’idolatria narcisistica è l’esatto sovvertimento dei valori nietzscheiani: qui non c’è il superamento di sé in un orizzonte di tipo nichilistico, vi è solo emulazione di modelli preconfezionati: qualcosa di “già testato su qualcun altro”, ciò che appare come trasgressivo in realtà è conosciuto e rassicurante e chi più vuole staccarsi dalla massa è ancor più massificato rispetto a coloro che hanno coscienza di farvi parte; è questo il trionfo della vera morale del “gregge” in cui tutti ripetono le eccentricità di “qualcuno che conta”, in cui “originalità” è divenuta la parola d’ordine, non rappresentando più l’antitesi di banalità.

Il senso di identità in un narcisista è completamente distrutto nello stesso momento in cui realizza questa equazione: ciò che egli vive come propria caratteristica peculiare è appannaggio del “gregge”; tutto ciò che ha costruito per sentirsi libero di esprimere le proprie pulsioni, non sono che castelli di carta, non potrà raggiungere tutto ciò per cui vive: fama, gloria, celebrità e per di più non è affatto originale a desiderare tutto ciò. Insomma quando si accorge del posto infinitamente piccolo che egli occupa su questo pianeta, il suo ego è distrutto e torna in lui quel senso di vuoto primigenio, lo stesso che appunto l’ha spinto alla chiusura egogica e narcisistica.

La questione del politico è ben delineata negli scritti degli anni Ottanta di Jaques Derrida. Questo filosofo ha dato origine ad una corrente che si chiama contestualismo , aderendo al pensiero decostruzionista di cui fu uno dei maggiori esponenti. Il termine decostruzione fa il suo ingresso nella storia della filosofia occidentale con il tentativo, da parte di Jaques Derrida, di tradurre linguisticamente e semanticamente l’invito heideggeriano alla Destruktion dei concetti della metafisica. La critica della metafisica occidentale è il cuore del discorso di Derrida, non in termini di annichilimento ma come un rapporto di critica interna per risalire alle origini della metafisica e trovarne dunque le forme originali che permettano di comprendere come e quando la metafisica diventa logofonocentrismo . Questo termine delinea il rapporto tra il verbo e la ’= voce ). Questo rapporto è costitutivo della storia della Filosofia. La scrittura invece è il secondario della voce e del significato, come presenza piena di una pienezza spaziale e temporale.

La difficoltà dell’ approccio della metafisica occidentale sta in questo rapporto tra e la ’che conduce all’ imperialismo della parola, al dominio del significato, in cui il significante ( la scrittura) è transitorio.

Logocentrismo e logofonocentrismo esprimono il primato del verbo sulla scrittura. La storia del Politico è tutta innestata nell’ imperialismo del logos in cui il soggetto è vissuto come coscienza piena di sé e sovranità.

Il soggetto politico che prende il via da Platone e Aristotele, presuppone un certo utilizzo del linguaggio.

La decostruzione è un atto che travolge ogni cosa ( lo Stato, il soggetto autonomo, l’insieme delle istituzioni, l’unità della Nazione) a partire dal linguaggio.

Lo spazio del potere è quello comune e non si entra nella politica se non attraverso il logos: singolare maschile. La donna, come lo straniero, è esclusa dallo spazio del potere. Così recuperando le alterità: il femminile, lo straniero, il testo scritto, Derrida elabora il concetto fondante del contestualismo: non esiste fuori testo. Il testo non è fatto solo di trame e di libri ma la realtà, le cose stesse sono una serie di testi linguistici che producono una rete di relazioni tra loro; in ogni testo sono insite infinite possibilità di lettura. Nel contestualismo attraverso le reti testuali, ogni etica si produce come messa in discussione di testi e di relazioni tra testi. La scrittura incentrata su se stessa, nelle sue forme d’ avanguardia rappresenta una provocazione, un attacco al cuore del logos . Riabilita la via della forma, da sempre subalterna rispetto al contenuto.

La comunicabilità non è ovvia, vi è sempre il rischio di fraintendimento e in questo interviene la decostruzione che sviscera il linguaggio fornendone interpretazioni mutevoli a seconda del contesto.

Viene così negato l’Uno espressione del maschile, del fonos, del logos, che ha dominato con violenza tutta la metafisica occidentale. Perché ci sia libertà è necessario superare il concetto di ipseità, di uguaglianza a se stessi, di potere. Per far questo bisogna esporsi al rischio dell’altro e lasciarsi ferire dalla non – identità e passare anche attraverso l’idea della morte poiché la morte è l’alterità assoluta che temiamo e dalla quale ci difendiamo innalzando barriere narcisistiche.

Ilaria Palomba

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