LE IMMAGINI - DAGLI SPECCHI AGLI SCHERMI

"NOVA" Rivista d' arte e scienza - anno XI N.41

Lo specchio

"Chi sono io? Chi sono gli altri? Quanto c'è di vero in tutto ciò? E se gli altri non fossero altro che tanti me? e se io non fossi il fine ultimo del mondo?" Tormentato da questi interrogativi il narcisista abbandona quello che una volta era il cruccio che gli attanagliava l'anima ovvero il senso di colpa, in favore di una non morale e di un vortice: sè stesso, che sembra ormai aver riassorbito l'intero universo.

Il post moderno è l'era delle contraddizioni dove tutto ed il contrario di tutto è possibile simultaneamente. Ma accade un fenomeno strano e sempre più diffuso: quante più possibilità sono a sua disposizione, tanto più l'uomo diviene incapace di scegliere; resta immobile, immergendosi nel groviglio della sua mente, prigioniero del proprio edonismo e privo di coscienza, si lascia scorrere l'esistenza davanti come un fiume dal quale non si può uscire nè tantomeno si può attraversare, in assenza di appigli. Si può solo aspettare, aspettare che qualcosa accada, aspettare di volare o di cadere ma se non si hanno più gli occhi per guardare il mondo, non resta che il sè, il mondo stesso si trasforma nella proiezione dei propri demoni interiori e fagocita i suoi stessi prodotti come il dio greco Crono fagocitò i suoi stessi figli, dopo averli generati.

L'uomo ha sviluppato nei secoli la capacità d'imprigionare l'immagine. Inizialmente attratto dal desiderio di spiegarsi i fenomeni naturali, poi da quello di riprodurre atti di vita quotidiana in maniera tale da poter tramandare attraverso la pittura le proprie tradizioni. Egli possedeva l'immagine e la veicolava a immagine e somiglianza del mondo e degli elementi che ruotavano attorno al sè. Fino ad arrivare alla scultura greca in cui non vi è più solo l'esigenza di tramandare un'immagine a scopo divulgativo, ma quella di cercare nell'immagine la perfezione, prerogativa divina più che umana.

Durante il medioevo l'arte passa nelle mani della Chiesa ed assume una valenza più marcatamente ieratica e simbolica attraverso la quale si comunica il <<verbo>> divino.

Con i grandi imperi ed i grandi regimi in occidente come in oriente, l'immagine viene utilizzata come mezzo per fissare <<nomi>> ed eventi nella Storia.

Tra il 1600 ed il 1800 la pittura assume il ruolo di fuga dalla realtà: quasi un rifugio dalle regole imposte dalla società e dalle sue ingiustizie. L'immagine riproduce atti di ingiustizia sociale o raffigura mondi idilliaci nei quali rifugiarsi.

Nella seconda metà dell' '800 la corrente artistica nota col nome di Impressionismo, rivoluziona il modo di concepire il dipinto: l'immagine assume insieme caratteristiche sacrali, sociali, estetiche ed introspettive e, in particolare, ciò che esprime l'arte è la ricerca della propria anima attraverso l'immagine. La tela è lo strumento, energia potenziale, che l'artista trasforma in atto.

La figura dell'artista assume caratteristiche peculiari: da uomo di corte , diviene libero pensatore, figura ai margini della società. Talvolta stimmatizzato, tende a chiudersi nella ricerca di se stesso, eremita o edonista, studioso solitario o uomo di mondo, ad ogni modo fuori dalla cerchia del mondo benestante e benpensante. Si pensi ai circoli artistici francesi di Montmartre e Montparnasse, esclusivi e settari ma dimore di genialità.

Con la nascita della fotografia, l'immagine non è interpretabile dall'uomo e la <<macchina>> si arroga prerogative umane, svuotando di senso l'arte.

Quindi si generano modelli alternativi: le cosiddette avanguardie artistiche come l'espressionismo, il cubismo, il modernismo, l'astrattismo, il surrealismo, che non hanno più la funzione di rappresentare la realtà nella sua staticità (prerogativa ormai della <<macchina>>) ma di proporre una costruzione non naturalistica ed altra.

Con la seconda rivoluzione industriale e l'invenzione del linguaggio mediatico (radio, cinema, televisione etc.) cambia il rapporto uomo-immagine: non è più l'uomo a veicolare l'immagine ma al contrario egli è veicolato dalle immagini e nello stesso tempo veicolo di immagini.

L'uomo diviene oggetto dei media ed assume una posizione di inferiorità nei confronti dell'immagine ad esempio nella forma dell'immagine televisiva.

L'immagine pubblicitaria, che ha come fine quello di introdurre lo spettatore a comprare un certo prodotto, svuota completamente di senso l'umano e pone lo spettatore stesso in una condizione intermedia tra il <<mondo reale>> ed il <<mondo felice>> che la pubblicità vuole sostituire alla realtà percettiva di ognuno.

In questo periodo si sviluppa la pop-art che assume il ruolo di avanguardia, denuncia ed assume insieme il modello pubblicitario della produzione in serie e l'assenza di valore. Il gioco è quello di svuotare l'arte dell'anima che in tutti i secoli passati aveva conquistato e ridurre l'immagine al prodotto di consumo, ripetuto innumerevoli volte tanto da insinuarsi, attraverso un linguaggio pubblicitario, nelle menti dei fruitori (o forse sarebbe il caso di chiamarli consumatori?) in una prospettiva di azione-reazione in cui è insita una certa quantità di violenza esercitata dall'immagine e volta ad attivare processi di meta comunicazione.

Un artista che ha estremizzato la pop-art a livelli cosmici è Basquiat. Ha vissuto su se stesso l'alienazione e la dipendenza, gettandosi nell'abisso della droga. La sua è una prospettiva in cui la distanza tra l'artista e la sua opera è annullata ed il primo diviene succube se non addirittura martire della seconda che genera stili di vita non solo ai margini ma ora anche autodistruttivi. Il problema non è la droga in sè, cosa che già esisteva ed è stata usata soprattutto nell'ambito delle avanguardie artistiche di tutti i tempi, problematico diventa l'utilizzo di se stessi come veicolo stesso di messaggi, dunque l'utilizzo della droga come manifesto di distruzione ed autodistruzione.

L'immagine da sempre ha favorito diverse forme di apprendimento. Anche l'immagine mediatica favorisce il transito più rapido di informazioni e notizie e ci permette di renderci conto delle varie realtà che caratterizzano il nostro pianeta. Tuttavia, i programmi televisivi sono sempre più alienanti e meno istruttivi, per quanto riguarda l'informazione, quest'ultima subisce una tale censura, da arrivare completamente modificata, sul nostro schermo, e un certo tipo di informazione, insieme ad un certo tipo di programmi televisivi o siti internet, forniscono una realtà distorta e provocano ideologie pilotate, eliminando la capacità critica dell'individuo.

Credo che il reale problema insito nelle immagini mediatiche, in particolare televisive, non sia tanto nelle fasce orarie dei programmi, argomento su cui si è a lungo dibattuto all'interno dei circuiti mediatici stessi, quindi l'eventuale soluzione non in ulteriori censure delle immagini, ma la questione è tutta nel linguaggio e nella velocità.

La velocità con cui si passa da un programma all'altro (ad esempio da un film ad una pubblicità) ovvero la rapidità e la violenza con cui le immagini arrivano al cervello, riduce la capacità di concentrazione e produce osservatori passivi: tutto si gioca sull'impatto emozionale attraverso cui passano messaggi subliminali che conducono a comportamenti indotti, massificati ed all'induzione artificiale di bisogni.

In questa prospettiva il distacco dall'immagine diviene impossibile, nella fattispecie si riduce la possibilità per il consumatore di allontanare da sè l'oggetto di consumo o meglio, l'oggetto del bisogno: spegnere la televisione o il computer, così si crea la dipendenza.

La centralità dell'immagine mediatica può portare l'individuo al desiderio di voler modificare se stesso per fare propria quell'immagine che lo pilota. Così è possibile spiegarsi anche alcuni casi di anoressia o l'incremento esorbitante della chirurgia plastica: la centralità non sta più nella persona ma in ciò che la persona appare, cioè nella sua proiezione all'esterno.

Il linguaggio mediatico è al centro di un certo tipo di pratiche politiche che tendono a voler modificare in termini imprenditoriali anche altri campi del sociale (la scuola, la sanità ecc.).

Il pericolo insito in tali atteggiamenti è quello di ricondurre l'estraneità all'interno di un meccanismo schematico e preordinato. Una sorta di geometrizzazione delle menti che giustifichi una società classista e che sopprima ogni strumento critico di analisi del reale.

La repressione, al giorno d'oggi, non si esplica più prevalentemente nella forma diretta ma è sempre più psicologica ed ipnotica.

Per ribellarsi a questo tipo di società mediatica che già negli anni Sessanta andava delineandosi, alcuni giovani, rifacendosi ai culti dei nativi americani e dei Maya, cercarono di ristabilire un contatto col mondo magico e naturale.

La natura, oggetto di alterità assoluta, è stata nel corso della storia più volte chiamata in soccorso dell' uomo nei momenti di crisi dei sistemi di riferimento; molto prima, ovvero nell' Ottocento, Baudelaire nella poesia "Corrispondenze" constatava una sorta di empatia cosmica del mondo naturale in cui l'uomo entra come in un tempio sacro.

Tornando ora alle contestazioni degli anni Sessanta e Settanta, il movimento più famoso, quello degli Hippies, ha attuato pratiche di comunitarismo in luoghi in cui fosse possibile il contatto con l'ambiente naturale, rinunciando ai media e riscoprendo la cultura, l' arte, la filosofia e soprattutto la musica nella quale era inscritto una sorta di messaggio di comunicazione universale.

Questo movimento ha fallito perchè la loro chiusura in un mondo naturale era espressione della non accettazione di vivere il proprio tempo, rifiuto di accettarne i cambiamenti che ha portato a restare in un circuito incapace di aprirsi alla diffusione del proprio messaggio all'esterno, resistenza moderna all'interno di un processo globale che volgeva al post moderno.

Il processo di globalizzazione che è in atto non è nocivo in quanto processo unificatore di varie culture, ma in quanto processo alienante volto al consumo sfrenato, alla legge del più forte, al violento prevaricare di un popolo sugli altri. Quindi non è auspicabile un ritorno al passato, ciò comporterebbe la scotomizzazione di parti incancellabili della storia dell' umanità, ma si può, sempre a partire dall' interesse per le immagini e per il presente, ampliare i propri orizzonti attraverso la riscoperta delle icone della cultura del passato.

Ilaria Palomba

questo mondo e' voglia di potere