Il vuoto nel nulla di senso

pubblicato su "Nova - Rivista d'arte e scienza" Anno XI n. 42.

Lo specchio

Il post moderno è come un uomo che cade in un baratro infinito, gridando che è fantastico! Come ci ricordano nei loro libri La cultura del narcisismo di Cristopher Lasch e L’era del vuoto di Gilles Lipovetsky, l’era delle grandi promesse di libertà propugnate dal liberalismo classico è terminata, il tempo del pioniere e del puritanesimo si è dissolto, per lasciare spazio ad un tipo di società in cui sono gli stessi esseri umani ad essere divenute merci ed i loro “risultati personali”, banco di prova della validità o meno delle loro anime. Si diffonde il panico catastrofico riguardo un futuro che diviene sempre più simile nell’immaginario collettivo agli scenari apocalittici descritti nei romanzi di fantascienza del passato, anzi forse peggiore, perché quello che manca è appunto la consapevolezza di sé e del mondo in cui ci si trova. Lipovestky parla di indifferenza collettiva: parafrasando Nietzsche afferma che, sì, Dio è morto, i valori non esistono più, ma aggiunge che ciò non importa a nessuno: “tutti se ne infischiano!”; muore lo spirito tragico, cadono i punti di riferimento. Non siamo in una prospettiva al di là del bene e del male ma in un buco nero privo di energia. Per essere al di là della morale bisogna pur conoscerla e lo stesso Nietzsche in Genealogia della morale affermò che al di là del bene e del male non significa al di là di buono e cattivo. In un tempo in cui il tempo e lo spazio si dissolvono come quanti infiniti, le leggi mutano a seconda dei quarti di luna di chi le formula, il giorno e la notte sembrano confondersi, invece che approfittare di tutto questo scompiglio per vivere finalmente ciò che la storia ha sempre sognato, noi cosa facciamo? Ci chiudiamo in noi stessi, rifiutiamo di affrontare la vita, con le sue prove e le sue difficoltà. Cosa ci aspettiamo che ci dicano allora i filosofi, i dotti, gli esperti, se non che il “progresso” e la stessa idea di libertà sono stati nient’altro che un lungo errore? Allora sembra non esserci altra scelta che un “ritorno alle regole” auspicato da moralisti e conservatori o c’è un’altra strada da percorrere? Un sentiero che ancora non conosciamo e che probabilmente proprio per il suo essere ignoto ci spaventa. Può l’uomo, che non ha più appigli alla realtà, trovare nel vuoto la forza per creare qualcosa? Può il narcisista, che non vede altro al mondo che l’immagine riflessa di sé, trovare nel nulla di senso la via della ricerca di un senso dell’altro? Può il corpo, sino ad ora declassato ad alterità per eccellenza, prendere coscienza di sé ed essere l’essenza di una grande presa di coscienza universale, dell’unità che tutto sottende? Ricordo le parole di uno spettacolo di teatro sperimentale di una compagnia di Torino chiamata motus X (ics), lo spettacolo si intitolava “Racconti Crudeli della giovinezza”:

“Questo stare qui è come se una mattina il sole non riesce più ad uscire… e tutti si mettono lì a guardare il cielo: alle 5 del mattino, alle 6 del mattino, alle 7 del mattino. Nulla è ancora, tutto buio e alle 8 , la gente di tutto il pianeta si guarda in faccia, nessuno sa più che cosa fare. Ho bisogno che qualcosa mi sorprenda altrimenti muoio!” “Siamo preparati a tutto…esplosioni,controlli, plastiche al seno…. belle facce sorridenti al supermercato…l’aids, la morte degli altri, i medici specialisti, i poliziotti, la politica, i doppi cheeseburger, internet , gli aerei che cadono…. siamo pronti a tutto, si siamo preparati a tutto, o meglio preparati all’azione ma non alla reazione” “Sopravvivere impedisce di vivere… ed io non ne voglio sapere di un mondo in cui la garanzia di non morire di fame si scambia con il rischio di morire di noia.” “Il niente, il nulla chiunque lo vede dappertutto” “Abolire i tempi morti, mettersi in ascolto continuo, passare veloci tra i vari ambienti e prendere forme sempre diverse, assumere il rischio dell’esporsi in prima persona! Credo nella possibilità di creare un coro di corpi, una partitura fisica d’emergenza, capace di unire tutti coloro che come me stanno annegando!” “Partitura fisica d’emergenza, un’insurrezione invisibile del corpo!” Le emozioni, le nostre insieme a quelle degli altri: ci stiamo auto derubando emozioni e finiremo per non provarle più. Cos’è l’uomo senza le sue emozioni? Un mondo di pura razionalità rivolta, per altro, come afferma Lasch, all’autoanalisi ed al costante iper-controllo del corpo, diviene un mondo di automi o, per dirla con Lipovetsky, di zombie. Qui ci troviamo oltre la prospettiva dell’atomizzazione e parcellizzazione schizofrenica del postmoderno: qui ci troviamo nell’ambito del post-umano. Ma come è avvenuto questo ripiegamento dell’io? Quando è iniziato precisamente? Cosa ha comportato?

Lasch nel primo capitolo de La cultura del narcisismo, nel paragrafo relativo alla perdita del senso storico, afferma che il “senso della fine”, che ha interessato la letteratura del XX secolo, si sta insinuando anche nell’immaginazione popolare. Che si tratti di un cataclisma naturale o di una guerra atomica senza pari, quel che è certo è che la gente percepisce questo pericolo ora più che mai e, come difesa, si dedica a strategie di sopravvivenza personale. Scompare la storia: scompare il passato come il futuro, l’interesse per i posteri come per il proprio vicino; vivere per il presente diviene un’ossessione e si perde il senso della continuità storica.

Se l’unico interesse diviene il qui ed ora, ciò non significa che non vi siano forti dubbi sulla propria esistenza e sul proprio avvenire immediato, al contrario, è proprio la perdita dei punti di riferimento a rendere l’individuo post moderno terrorizzato di fronte ad un mondo di cui non comprende più le dinamiche e, più d’ogni cosa, spaventato da se stesso. Prende forma dunque una nuova sensibilità terapeutica dove si pensa che la “psichiatrizzazione di massa” o l’analisi di massa siano le soluzioni valide. Così siamo diventati tutti psicotici, tutti nevrotici, tutti pieni di turbe emotive, sessuali e psicologiche e, come se non bastasse, tutti ipocondriaci. Ma i medici? I cosiddetti “addetti ai lavori”? non vivranno anche loro immersi in questo tipo di sociale? Non ne porteranno anche loro il marchio? Chi curerà loro? È vero, la follia dilaga. Ma cos’è la normalità? Chi ha il diritto di decidere sulla vita dell’altro? C’è un limite tra la follia di massa e la nevrosi del singolo?

Nello stesso momento in cui ho affermato di essere una narcisista ho scoperto che altre venti persone che conoscevo dicevano lo stesso di sé. Davvero dobbiamo affidarci a dei manuali per sapere come comportarci con i nostri colleghi, compagni, collaboratori, amici , genitori e figli?

Le nuove terapie, dice Lasch, insegnano che l’individuo è onnipotente e determina in tutto e per tutto il suo destino, isolandosi ancor di più dall’altro da sé.

Inoltre avendo ormai trasferito il sapere tecnico nell’azienda, l’individuo diviene ignaro dei propri stessi bisogni materiali, dunque incapace di soddisfarli. Più cerca di essere autonomo ed indipendente, più rafforza inconsciamente la propria dipendenza dallo Stato, dall’azienda e dalle altre organizzazioni burocratiche.

Il narcisista postmoderno, per usare un termine di Lipovetsky, attende da altri la conferma della propria autostima, la sua apparente libertà dai legami sociali ed interpersonali non lo rende più autonomo, al contrario, alimenta la sua insicurezza che può essere superata solo attraverso maggiori conferme, e così all’infinito: ecco la catena di dipendenza! Proprio ciò di cui voleva disfarsi!

Al giorno d’oggi si ode spesso il grido silenzioso di chi ha perso la propria emotività: si cercano esperienze sempre più intense, che risveglino i sensi addormentati, ci si sforza di risvegliare parti addormentate. Gli uomini del XX secolo hanno eretto tali barriere per difendersi dalle emozioni, ed ora sono queste stesse barriere che iniziano a pesare.

Lipovetsky ad ogni modo non condanna il narcisismo post moderno, privilegia l’interpretazione dell’indifferenza piuttosto che quella della competizione, che relega ad un’età precedente, caratterizzata dall’individualismo e dalla corsa al progresso. L’indifferenza di cui parla non è connotata negativamente, esprime piuttosto un auto-adattamento dell’uomo alle dinamiche del mondo, una sorta di barriera difensiva ed insieme una rinuncia ad esercitare la violenza. L’uomo di oggi secondo Lipovetsky preferisce la stabilità, la sicurezza, la protezione, alla lotta per il potere: il suo narcisismo è di carattere introspettivo più che dominante.

Cristopher Lasch invece sottolinea il carattere distruttivo, patologico, guerrafondaio del narcisismo, che causa una scotomizzazione dell’alterità, riduce il mondo a specchio di sé, nega e fagocita la realtà nel soggetto, gettandolo nel vortice di distruzione ed autodistruzione come fonte di autoesaltazione.

I narcisisti sono solo in apparenza miti, remissivi e socievoli, ma il loro lato oscuro, il loro cuore, la loro psiche è sconvolta dall’ira: un’ira repressa che non può emergere alla luce del sole. Inoltre il declino delle regole morali e dei valori non determina affatto il declino del super-io: il narcisista è asservito ad un super-io rigido e punitivo che trae gran parte della sua energia dalle spinte distruttive inconsce. Lasch spiega come il super-io dell’individuo derivi dalle primitive fantasie del bambino sui suoi genitori in una fase pre-edipica. Si crea nell’individuo una lotta per mantenere l’equilibrio psichico, la quale favorisce una forma di egocentrismo che non è esattamente il narcisismo primario descritto da Freud. La mente è sempre più dominata da elementi inconsci ed arcaici, l’io regredisce ad uno stato primitivo, quasi volesse rientrare nel ventre materno. “Avido di esperienze regredisce ad un io grandioso, narcisista, infantile, vuoto” 1 Ansia, vuoto, insoddisfazione, questo tipo di individuo, detto individuo psicologico, non può che mirare ad una pace interiore vista quasi come liberazione da quel sé così grande dal quale egli stesso si sente fagocitato.

Ilaria Palomba

questo mondo e' voglia di potere