Disturbi mentali o malessere sociale?

pubblicato su "Nova - Rivista d'arte e scienza" Anno XI n. 43.

Il moderno equivalente della redenzione è diventato l’ideale di conseguimento della “salute mentale”. Il significato dell’ “amore religioso” di una volta, in quanto legato a qualcosa di trascendente, è sparito, ma perduto è anche il senso dell’amore verso l’altro da sé: abnegazione e mortificazione del sé diventano, nell’ottica della nuova sensibilità terapeutica post-freudiana, idee nocive ed opprimenti dalle quali occorre liberarsi per raggiungere la tanto agognata meta: la salute.

Anche il senso politico è scomparso: man mano che si afferma il modello psicologico, la burocrazia tende a trasformare il disagio collettivo in problemi individuali da sottoporre a cure mediche. Questa confusione tra il piano politico e quello psicologico, però, bisogna riconoscerlo, non è del tutto nociva; si tratta di una tendenza che si è affermata a partire dagli anni Sessanta in base agli sviluppi delle nuove filosofie della scuola di Francoforte, che associava le teorie psicanalitiche freudiane al marxismo, e si è diramata in ogni ambito della cultura. Ha portato a quella che può essere definita la più grande presa di coscienza politica del nostro secolo (movimenti del ’68) e insieme ad una proposta di cambiamento radicale nella gestione del sociale e dei rapporti interpersonali, su scala planetaria.

Sorge dunque spontanea la domanda sul motivo del fallimento di un movimento politico e culturale di tale portata. Certo è che i principali effetti del fallimento dei movimenti di liberazione del Sessantotto hanno molto a che fare con l’introversione delle coscienze che hanno proseguito altrove , invece che nella politica o nel sociale, le ricerche di senso, di libertà e di giustizia che una volta le avevano condotte alla lotta politica. Sempre di più, a partire dagli anni Settanta, è andata affermandosi la tendenza alla ricerca interiore (tecniche yoga, pratiche orientali, psicanalisi di gruppo, musicoterapia, danza terapia, medicina ayurvedica, bioenergetica, teatro sperimentale, viaggi in oriente e utilizzo di sostanze psicotrope) e questo non è in sé un fatto negativo, ma viene da domandarsi se queste necessità di conoscenza del sé non fossero preminenti, sin dall’inizio, all’interno dei movimenti pacifisti e libertari del Sessantotto, rispetto alle grandi motivazioni politiche. Ovvero se la politica non sia stata per molti altro che uno strumento per risolvere il proprio disagio personale.

C’è un altro ordine di ragioni per cui “l’alternativa” è fallita e probabilmente non è più perseguibile all’interno della società odierna: l’assorbimento all’interno del sistema stesso di tutte quelle forme di pratiche che al sistema rivolgevano forti critiche.

Una verità quasi illusionistica e paradossale: la totale assenza di punti di riferimento, l’estrema libertà del mercato, lo svincolarsi del lavoro dalle sue proprie regole, insomma tutto ciò che sembrerebbe essere massima espressione di libertà, si concretizza poi nei fatti attraverso una mancanza sempre maggiore di libertà.

Abbiamo costruito un mondo in cui ognuno può fare qualunque cosa ma nessuno fa nulla: un mondo di schiavi.

Cosa ci resta dei rapporti con le persone reali ora che abbiamo internet e le chat? Cosa ci resta degli interessi in comune ora che ognuno ha come minimo l’obbligo morale verso se stesso di “sfondare” in qualcosa?

Il successo è diventata la parola d’ordine delle nuove generazioni: non il profitto, ma il successo. Ci troviamo ben oltre la prospettiva frommiana che poneva una radicale dicotomia tra il mondo dell’essere ed il mondo dell’avere. Qui non è più importante davvero neppure avere, ciò che conta più d’ogni altra cosa è apparire.

Come si può in un tale scenario non guardare a se stessi come protagonisti? Come unici protagonisti e perciò volti a trattare se stessi come se non vi fosse nessun altro.

Ilaria Palomba

questo mondo e' voglia di potere