L'Altruismo

pubblicato su "Nova - Rivista d'arte e scienza" Anno XIII n. 48.

Ci sono due fondamentali critiche che si possono riscontrare nel pensiero di Nietzsche riguardo l’altruismo.

Nietzsche, insieme a Marx e Freud, è ritenuto uno dei tre maestri del sospetto in ambito filosofico,in particolare perché ha smascherato tutte le false morali insite nelle filosofie precedenti ed ha posto le basi per una ridefinizione di tutti i valori in senso extramorale.

Dunque il filosofo tedesco annovera tra gli errori morali due tipi di altruismo che si rivelano per lo più nocivi al ricevente, anziché lenitivi.

Il primo è la compassione, poiché non permette la giusta distanza necessaria per prendersi cura di qualcuno che sia altro da sé, il secondo è l’invadenza, poiché rischia di ledere la libertà di pensiero e l’autonomia dell’altro.

Nietzsche considera l’amicizia come quel sentimento in cui il bene dell’altro non dev’essere confuso né tantomeno fuso con il proprio. Un vero amico dimostra il proprio affetto anche lasciando all’altro la possibilità di vivere e superare da solo il proprio dolore e le proprie frustrazioni.

Invadere il mondo interiore di chi è altro da sé, con i propri preconcetti e le proprie convinzioni moraliste sa più di buonismo perbenistico che di altruismo disinteressato. Peraltro anche la compassione si rivela inutile nel momento in cui andiamo a vedere l’altro con gli stessi occhi con i quali vediamo noi stessi, non lasciandogli il giusto spazio ed il ruolo che gli compete: appunto quello di alterità. L’errore dunque consiste in una sorta di fagocitazione riscontrabile spesso in quella forma di aggregazione che Lipovetsky chiama “narcisismo collettivo”, facente capo a gruppi quali sert, alcolisti anonimi, anoressici, bulimici, associazioni di genitori, etc. In questi gruppi si cerca di risolvere i propri problemi personali attraverso l’altro che viene vissuto come riflesso di sé, dunque preso in considerazione solo in quanto specchio di sé, senza che ancora si riesca a riconoscerlo in quanto ciò che non è me. Non si è ancora giunti all’altro: dunque come fare affinché questa alterità mi si mostri nella sua interezza e diversità?

È da considerare a tal proposito la differenza fondamentale tra compassione ed empatia. La compassione, intesa in senso nietzscheano, ha i tratti della pietà cristiana in cui ci si occupa di qualcosa di inferiore. Il compassionevole potrebbe tranquillamente pensare “mi occupo di te perché sei da meno” oppure “ mi occupo di te per portarti sulla retta via: la mia”; implica dunque una sensazione di superiorità ontologica e morale rispetto al soggetto passibile di “cure”.

L’empatia ha invece a che fare con l’immaginazione: immaginazione ed immedesimazione. Si potrebbe partire per comprendere questo concetto da ciò di cui parlava Hanna Arendt a proposito dei campi di concentramento e di come sarebbe stato possibile per i suoi contemporanei che non avevano subito lo stesso destino, comprendere le condizioni di coloro a cui invece era toccata quella terribile sorte: cercare di vedere con gli occhi degli altri, immedesimandosi nella loro condizione. Ciò che ai nazisti mancava per poter comprendere la gravità delle loro azioni e che dunque aveva lasciato compiersi il male: un male banale, un male di cui si è scarsamente consapevoli, o la cui consapevolezza non è totale poiché rappresenta un male che elude la totalità della persona umana.

L’empatia è il presupposto indispensabile per la cura dell’altro da sé, che si tratti dell’altro in quanto persona o dell’alterità come mondo degli esseri senzienti o delle cose inanimate. Attraverso l’empatia possiamo giungere a prenderci “cura” di tali alterità pur rispettandole nel loro essere altro da noi. Ma per prendersi cura dell’altro è necessario passare dal livello basilare della cura di sé, ciò che Michelle Foucault chiamava “epimèleia eautù”, partendo dalla concezione socratica.

I greci parlavano di eu-daimonia: avere un buon daimon che in sostanza significava essere felici. Si comunica con se stessi prima di poter comunicare con l’altro. Il sé è la prima entità nei cui confronti abbiamo dei doveri: doveri imprescindibili da quelli che si hanno nei confronti dell’alterità.

Spesso si confonde la cura di sé con l’attenzione narcisistica per il proprio corpo o con quella eccessiva modulazione dei comportamenti in vista di un riconoscimento nel mondo, ma si badi bene che tali attenzioni somigliano più a bisogni indotti, alla logica del “come bisogna essere” che non al sentire e rispettare ciò che si è.

Tutto ciò che è espressione di un’immagine di sé che ci si crea per compiacere il mondo, per raggiungere i livelli richiesti dalla società dell’immagine e del consumo, non è nulla che abbia a che fare con la cura di sé, rimanda piuttosto all’idea di esistenza inautentica: l'uomo che ha cura delle cose finisce per basare la sua vita sul piano degli enti, dell'oggettività, che lo riduce ad una continua ricerca del nuovo, si basa sulla chiacchiera, ed è un'esistenza anonima.

Proliferano in occidente le psicologie dell’io forte: tecniche psicologiche che insegnano a realizzare il proprio modello ideale, ad erigersi sugli altri e dominare l’ambiente circostante: come diventare leader di un gruppo, come esercitare il potere sui propri colleghi o conoscenti: istruzioni per l’uso per diventare un “prodotto valido” o, meglio, un “valido consumatore”.

Se, come riferisce Bauman, in Homo consumens gli uomini si classificano in base alla loro capacità di consumare, allora possiamo dividere due classi di esseri umani: i consumatori validi ed i consumatori difettosi. Questi ultimi diventano “prodotti scomodi” per la società: elementi da eliminare. È da intendersi in questo senso lo smantellamento del welfare state: in quanto il debole, il povero, il folle, non sono più ritenuti soggetti passibili di “cure” ma nella nuova visione consumistica divengono responsabili della propria stessa condizione di subordinazione. A ciò si aggiunge l’ansia crescente del “consumatore efficiente” di poter passare “dall’altra parte” da un momento all’altro: di diventare egli stesso l’altro, il diverso, di fronte al quale non solo non si ha pietà perché lo si ritiene responsabile della propria condizione subalterna, ma non si ha neppure tolleranza in quanto ci ricorda costantemente la nostra stessa condizione di precarietà.

Fuggiamo la sensazione dolorosa della nostra umana incompletezza rispetto alla totalità dell’esistente, rifugiandoci nell’antro del nostro ego, pretendendo che questo ego sia il nostro baluardo, evitando ogni possibilità di metterci in gioco per conoscere in definitiva il nostro valore ed anche la nostra finitudine.

Si preferisce evitare il confronto, lo scontro, la definizione e restare in quel sé che segue le direttrici di quel super-io collettivo che inconsciamente abbiamo introiettato e che non fa che dispensare ammonimenti e punizioni imprigionando l’energia vitale. Questo gigantesco e soverchiante super-io di massa che sta sempre lì pronto a dirci cosa dobbiamo fare, come dobbiamo apparire, cosa dobbiamo essere.

Sarebbe bello se qualcuno avesse il coraggio di lanciare un urlo. Un urlo come l’ “Urlo” del poeta beat Allen Ginsberg, il quale anticipando i tempi ha espresso le ferite di una generazione in bilico tra vecchi valori e nuove dimensioni da scoprire ma non solo: si è posto nel ruolo tipico dell’avanguardia che attraverso la propria arte permette la comprensione di un mondo che sta per nascere e se ne assume la responsabilità, pagando anche lo scotto dell’incomprensione collettiva, in vista di una condivisione futura, che rende esplicito ciò che tutti vivono come una sorta di “presentire” comune, inconsapevole, ma che nessuno sa spiegarsi.

Oggi vige l’indifferenza: non solo nessuno urla più, ma le voci si sovrappongono l’un l’altra annullandosi. L’indifferenza rispetto alla propria condizione è ciò che più d’ogni altra cosa contraddistingue l’uomo post-moderno: egli vive il vuoto di senso ma non lo riconosce neppure come vuoto; naviga, galleggia su questa superficie senza forma e non vede, non sente, non si rende neanche più conto di dove stia andando, probabilmente da nessuna parte.

La paura di Dorian Gray di aver perso la propria anima e di averla dannata inchiodandola alle fiamme dell’inferno per l’eternità, non sfiora neanche minimamente l’immaginazione dell’uomo post-moderno per il quale non solo non esistono più inferno e paradiso, promesse o minacce, ma non c’è proprio più la stessa terra in cui viviamo. Non vive nel mondo, non percepisce il vuoto, dunque non può neppure uscirne. Non ride, non piange, è semplicemente inconsapevole e si muove solo in vista di un fine: la soddisfazione immediata dei bisogni.

L’edonismo, la ricerca del piacere, il narcisismo, l’apparire, non sono mezzi per colmare il tormento interiore o fuggire dal vuoto, sono diventati fini a sé stessi.

L’uomo d’oggi è agito da una rassegnazione passiva ed indolore, subdola, placida, pacata, senza tragedia né grida.

Dopo aver assistito al crollo delle utopie e dei doveri ora assiste inerme al crollo del senso stesso dell’esistenza.

Si lascia vivere, senza però mai dimenticare l’imperativo ormai ontologico che la vita gli prospetta: il successo ad ogni costo.

Ci si può chiedere che fine facciano tutti coloro che non sono attori, registi o artisti famosi: magari ci hanno provato ed hanno fallito o magari non ci provano neanche perché a loro basta recitare la parte del “successo” nel teatro quotidiano della vita, nel quale sono registi, attori e spettatori di se stessi.

Ecco la moltitudine di depressioni, sedicenti psicosi, disturbi antisociali, etc. Finché li considereremo “consumatori difettosi”, “malati”, “diversi” in senso dispregiativo, non riusciremo a comprendere l’entità del problema; ovvero finché continueremo a trovare soluzioni personali di fronte a problematiche di portata sociale, non faremo che alimentare l’indifferenza e la distanza.

A questo proposito vorrei però citare la tesi di un filosofo e sociologo francese, teorico del post-moderno e del “reincanto” del mondo: Michel Maffesoli. Guardandosi bene dall’aderire alla critica moralista dell’individualismo, individua invece proprio nelle forme “tribali” di collettivismo, di socialità, le nuove matrici dell’uomo post-moderno. Contrappone la potenza generatrice e caotica delle “masse” al potere costituito dell’“individuo”: post-moderne, le prime, moderno, il secondo; una potenza “dionisiaca” contro un potere “apollineo”.

Ilaria Palomba

e sfiorandoti lascio in te un'immagine traversa…